Ausilia Riggi: Signore, «Accresci in noi la fede!»

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«Se aveste fede quanto un granello di senape…

XXVII Domenica T.O. anno C

Lc 17,5-10
In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

1) Commento elaborato a partire dagli si studi dei Carmelitani (Matris D.)

In questa domenica e nella prossima la liturgia presenta due brani del capitolo 17 di Luca. Quello di questa domenica riporta due discorsi che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli durante il suo viaggio verso Gerusalemme. Un primo discorso sottolinea la forza della fede. Esso si trova anche negli altri vangeli e tutti gli evangelisti, tranne Marco, lo pongono all’interno dell’argomento della preghiera. Nasce dal fatto che non pochi pensavano che le loro opere buone e la loro fedeltà alla Legge facessero guadagnare loro dei diritti dinanzi a Dio secondo il principio del do ut des (io ti do perché Tu mi dia in cambio ciò che io desidero), come se Dio fosse obbligato a ricompensare quanto ‘riceve’.

Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».

Questa frase è redazionale, posta per introdurre il discorso. Qui i discepoli vengono chiamati con il termine “apostoli”: forse c’è in filigrana il pensiero che gli apostoli debbano avere una misura più grande di fede, sia per il loro compito di portare gli uomini alla fede stessa, sia in quanto rappresentano i responsabili della comunità.

La loro richiesta è una preghiera post pasquale rivolta al Risorto (che chiamano Signore), nella consapevolezza che la fede è un dono che soltanto il Signore può dare e accrescere.

Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.

Questa immagine paradossale è tipica di Luca. Già in Lc 13,18-19 si parla della piccolezza proverbiale del granello di senapa, ma anche della sua straordinaria efficacia. Il gelso era reputato difficilmente sradicabile, in quanto capace di rimanere piantato per 600 anni per il fatto di avere radici che penetrano profondamente nella terra.

L’iperbole posta in bocca a Gesù non è un invito ad avere una fede così grande da essere capaci di compiere miracoli; Lui, invece, non esige una fede straordinaria, tale da spostare un albero, cioè da rendere possibile ciò che pare impossibile. La fede somiglia per grandezza ad un granello di senapa, ma deve essere autentica, propria di chi si fida totalmente di Dio e permette a Lui di manifestare la sua potenza.

La fede è particolarmente richiesta ai responsabili delle comunità, ai quali Luca non manca di fare le sue raccomandazioni.

A tali responsabili in modo speciale l’evangelista rivolge poi la parabola che segue.

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”?

La similitudine comincia con una domanda retorica «chi di voi», che fa appello al giudizio dell’ascoltatore. Lo schiavo è proprietà del padrone e non possiede diritti. La sua funzione è quella di lavorare: nel nostro caso in campagna durante il giorno, e a casa la sera. A nessun padrone verrebbe in mente di esentare lo schiavo dal compito che deve svolgere in casa per il fatto che ha lavorato di giorno nei campi (si trattava di una situazione sociale considerata normale in quell’epoca).

Il termine servo inutile sembra non esprimere bene il senso della parabola, poiché in fondo lo schiavo è stato utile, ha fatto il suo dovere. Alcuni studiosi propongono di sfumare l’espressione con i termini “indegno” o “misero”. Ma è meglio che il termine con il suo significato rimanga quale elemento paradossale per essere più incisivo. Questo non significa identificare il rapporto Dio-essere umano con il rapporto padrone-schiavo e neppure affermare che la fedeltà alla volontà divina, siano per definizione senza valore dinanzi a Dio e che Dio non se ne curi. Si parte da un esempio della vita sociale per reagire contro l’atteggiamento umano di avanzare pretese dinanzi a Dio.

 

2) Brevissimo spunto di riflessione personale sulla pericope

 

Pregare comporta cogliere l’essenzialità dell’esperienza umana. Anche essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, fare qualcosa di se stessi (un peccatore, un penitente o un Santo ecc.) in base a una certa metodica, ma significa essere davvero umani. Non sono le osservanze religiose a fare il cristiano, ma il prender parte all’azione di Dio, come il Cristo e tanti profeti senza etichetta.

L’aprirsi a Dio nella vita quotidiana comporta la partecipazione all’umano lacerato, oscurato, menomato nella persona sofferente, nel portatore di handicap, nella persona segnata dalla malattia fisica o psichica; è cogliere la passione di Dio nel dolore e nella sofferenza.

Si verificano spesso disumanità anche nostra e nelle altre chiese, nelle relazioni fraterne comunitarie, così come nei rapporti familiari, tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra anziani e giovani, nelle relazioni sociali, politiche, nelle relazioni più personali e intime, nelle relazioni sessuali, nell’amore (o in ciò che chiamiamo tale). Dovremmo imparare a considerarci ospiti dell’umano che è in noi. Ospiti, non padroni. Così potremmo imparare anche ad  essere solleciti anche verso l’umano sofferente che è nell’altro. E forse l’umano è il luogo della nostra immagine e somiglianza con Dio di cui parla la Genesi. Un umano che sia il riflesso della luce divina nel mondo; riflesso oggi tanto assente…

 

3) Notizia personale

 

Non potrò continuare questo lavoro. Sono vecchia e malata, come è normale che si divenga a causa del declino proprio del raggiungimento di una certa età (anche se non mancano vecchi sufficientemente sani). Godo, però, di sanità mentale. Perciò userò le mie energie per raccontare qualcosa della mia lunga esperienza esistenziale.

Cercherò di dare forma al risultato positivo della mia esperienza individuale, attraversata da passioni e da tutta la gamma di occasioni anche negative, al fine di valorizzarle.

E vorrei anche pescare nel guazzabuglio delle mie sensazioni, per far emergere quello che c’è di davvero individuale-personale in me. ((Come c’è in ciascuno!)).

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