Riflessione al Vangelo di Don Umberto Cocconi: Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi

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Don Umberto Cocconi

Il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Vangelo secondo Luca).
Quale segreto custodisce il nome che portiamo? Il nome è un segno identitario grazie al quale gli altri possono riferirsi direttamente a noi, attirare la nostra attenzione, chiamarci. Il nome che ognuno di noi porta, oltre a contraddistinguere la nostra individualità, è tra i più grandi segni che mostrano la stretta dipendenza e il grande influsso che i nostri genitori hanno avuto nella formazione della nostra identità. Se dunque ci soffermiamo per un attimo ad osservare cosa accade durante la gravidanza, uno tra i momenti più “magici” della vita famigliare, possiamo notare che fin da subito i futuri genitori inizino a pensare e anche a questionare su quale nome dare al proprio figlio. Come sostiene Pavel Florenskij: «La scelta dei nomi dei figli va fatta con attenzione. Il nome andrebbe scelto in base alla gioia, alla vitalità che suscita quel suono all’interno del mondo materno e paterno. Guai se ogni volta che chiamiamo i nostri bambini impregniamo il loro nome di un’atmosfera spiacevole o negativa. Il nome come tale, ogni nome, ha involontariamente un effetto, non può cioè restare senza effetto su colui che lo porta». Il nome diventa così una parte essenziale di ognuno di noi, e anche grazie ad esso si va costruendo la nostra identità, ed il modo in cui percepiamo il nostro nome è strettamente legato alle persone che con quel nome ci chiamano. Quando le persone care ci chiamano tutto il loro affetto e il loro amore si condensa in esso. Non solo gli uomini ti hanno chiamato per nome, bensì anche Dio. Nel libro del profeta Isaia, Dio dice a Israele: «Non temere perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni». Davanti a Dio sei unico, Dio stesso ti ha creato, tu gli appartieni, sei un essere speciale. Sin dal momento della tua nascita il Signore ti ha chiamato per nome: ti ha chiamato a fare qualcosa, ad avere una missione in questo mondo. Il tuo nome ha un significato. Ti sei già occupato del significato del tuo nome? Sarebbe bene che approfondissi lo studio sull’etimologia del tuo nome. I latini dicevano: Nomina sunt omina: “i nomi sono gli uomini”. Inoltre, conoscere o pronunciare il nome di una persona (o di Dio!) equivale ad avere intimità, conoscenza profonda, talora anche “possesso” di chi si menziona. La Bibbia è scandita anche dalla richiesta fatta a Dio di conoscere il Suo nome: «Dimmi il tuo nome». Noi crediamo in un Dio che non si nasconde, ma che si fa chiamare e ci chiama e nel suo nome si comunica a noi. «Nel suo nome», Lui è in mezzo a noi. Gesù non dice che i nostri nomi sono scritti sulla sabbia, né su una lapide di un cimitero, ma sono scritti nei cieli. Lì nessuno potrà mai cancellare ciò che ognuno di noi è. Sono scritti con l’inchiostro indelebile di Dio. Ho letto, in questi giorni, un bellissimo racconto che descrive la vicenda di un prete che aveva avuto l’onore di accompagnare le spoglie mortali di una cara sorella di fede presso un piccolo cimitero sconosciuto sulle colline di Reggio Calabria. Racconta: «Era una giornata ventosa, l’aria era limpida e da lontano si vedeva il mar Mediterraneo». Il cimitero era in gran parte fatto di file verticali di loculi in cemento, poi ricoperti di marmo; ogni fila era proprietà di una famiglia della zona. Davanti a questi piccoli mausolei vi era un campo destinato all’inumazione. Ed ecco il suo stupore. Si avvicina e legge un nome straniero: Aster Araya, deceduta il 27 maggio 2016, anni 21. Compie un altro passo, un altro nome straniero: Nassib Yussuf Abdulay, deceduto il 27 maggio 2016, anni 28. Procedendo in una sola sepoltura vi sono due nomi: la mamma e la bambina, Maryan Assan, di otto mesi. Su tante lapidi di plastica c’è solamente scritto: “sconosciuto”. Ma su tutte queste lapidi, in fondo a sinistra, si legge chiaramente: “in mare, acque internazionali”. I morti in mare, questo popolo spesso senza volto, si materializzava lì, in quel piccolo cimitero, su una collina di Reggio. Ed erano quelli più fortunati dei tanti altri di cui, invece, neppure il corpo si è potuto recuperare. «È in quel momento che ho pensato a questo passo del vangelo. L’ho pronunciato ad alta voce, più volte, tante volte: “i vostri nomi sono scritti nei cieli. I vostri nomi sono scritti nei cieli. I vostri nomi sono scritti nei cieli”».

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