Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Dio non si merita, si accoglie

Spread the love
Don Umberto Cocconi

Gesù disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi (…) ma quelli non se ne curarono (…); altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re (…) fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: «(…) andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». (…) Quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?» (…)Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”, ordina il re (Vangelo secondo Matteo).
Cosa ha fatto di così grave quell’invitato, colto senza abito nuziale, per meritare una punizione così grave? E come mai un Re, seppur così largo di vedute da sostituire invitati scelti con una folla di sconosciuti “buoni e cattivi”, si adira smisuratamente per una semplice mancanza di etichetta? Questa parabola racconta la storia di un Re che vuole celebrare le nozze di suo figlio con una grande festa. Invia dunque i suoi servi a chiamare al banchetto gli invitati, ma questi, anziché sentirsi onorati, non rispondono alla chiamata. Il Re però non demorde e rimanda ancora una volta i suoi servi alla ricerca di nuovi ospiti, ma anche questi rifiutano l’invito, essi sono troppo impegnati seguono una logica mercantile e contabile, estranea alla gratuità del tempo e del dono. Quel Re, però, è il Signore misericordioso, non si arrende e così invia una terza volta i suoi servi a rinnovare l’invito. Li manda di nuovo ai crocicchi delle strade perché chiamino tutti, buoni e cattivi alle nozze, dichiarando: “Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. La sala del banchetto si riempie non degli invitati, degli eletti del Signore chiamati personalmente da lui, ma di coloro che non erano mai sembrati degni di partecipare a una festa, a un banchetto nuziale. Entrano nella sala giusti ed ingiusti, buoni e cattivi, è un pranzo dove si trovano insieme il buon grano e la zizzania, i pesci buoni e i pesci cattivi. Come afferma Ermes Ronchi: «Dio non si merita, si accoglie». Il paradiso non è pieno di santi, ma di peccatori perdonati, di gente come noi. La parabola presenta poi un altro colpo di scena: tra gli invitati c’è un commensale sprovvisto dell’abito nuziale. Il Re se la prende in malo modo con quel “furbetto”. Se si trattasse del racconto di un normale pranzo principesco, il comportamento del Re sarebbe da contestare e l’uomo che ha avuto il coraggio di sfidare le convenzioni bisognerebbe considerarlo un coraggioso contestatore. Questa parabola in realtà rappresenta un rimando del regno dei cieli (“Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio”) ed è per questo che la scelta di farsi trovare senza l’abito nuziale è gravissima. Dovremmo immaginare che gli invitati raccapezzati ai crocicchi delle strade non se ne andavano di certo in giro con l’abito nuziale sotto braccio, ma potremmo immaginare, che quell’individuo l’avesse come tutti gli invitati, ricevuto all’ingresso della sala. Ma lui l’aveva rifiutato, perché non aveva ritenuto quel pranzo come l’occasione per cambiare la propria vita. Non si può dire di credere in qualcosa o qualcuno senza che questo possa portare alcun cambiamento, non può esistere una “causa” priva di un “effetto”. Credere esige delle scelte, dei cambiamenti radicali, la dismissione di ciò che è vecchio e sporco, per far spazio a una decisione nuova. L’abito che il Signore ci dona ogni domenica è l’habitus della tenerezza. Dovremmo riscoprire l’atteggiamento della tenerezza come stile di base della nostra vita, rieducarci a essa e coltivarla per trasmetterla agli altri. Come afferma Alda Merini: «Abbiamo fame di tenerezza, in un mondo dove tutto abbonda ma siamo poveri di questo sentimento che è come una carezza per il nostro cuore. Abbiamo bisogno di questi piccoli gesti che ci fanno stare bene. La tenerezza è un amore disinteressato e generoso, che non chiede nient’altro che essere compreso e apprezzato». La tenerezza è far sentire bene l’altro e riconoscerne il valore. La tenerezza è un esodo verso l’altro, e possiamo incontrarla nel modo con cui una madre abbraccia e coccola il suo bambino o nel modo in cui un’infermiera cura con professionalità ed amore le ferite di un sofferente. La tenerezza, concretizzata nell’accoglienza, nella com-passione e nell’amicizia gratuita, è il sentimento profondo che l’uomo usa per comunicare l’intensità e la delicatezza del suo amore agli altri.

Lascia un commento