Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Non è la durezza della giustizia a garantire sicurezza, ma la certezza della giustizia.

Religioni e Spiritualità, Umberto Cocconi
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Don Umberto Cocconi

Gesù disse: «Allora il re dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato, assetato, forestiero, nudo. E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Vangelo secondo Matteo).
C’è un opera di misericordia che molti ritengono non giusta da compiersi, ed è quella rivolta agli uomini e alle donne colpevoli di delitti. Afferma Gesù: “Ero in carcere e siete venuti a visitarmi”. Si è soliti considerare giusto che, laddove vi sia delitto e colpa vi sia, come giusta conseguenza, la punizione e il castigo. La sequenza “Delitto e castigo” titolo di un celebre romanzo di Fëdor Dostoevskij, dice molto sui nostri sentimenti e atteggiamenti. Visitare i carcerati al fine di portar loro un po’ di conforto è tra le azioni di misericordia più disattese e meno comprese. Bisogna d’altra parte riconoscere che oggi non è così facile visitarli, ma al di là di questa barriera reale, è innegabile che visitare i carcerati richiede coraggio e determinazione. I reclusi sono uomini e donne che hanno commesso errori, a volte davvero grandi. Sovente poi, proprio chi ha compiuto crimini di peso relativo è in carcere, mentre i grandi ladri, gli oppressori che schiacciano gli altri, i potenti che violentano i poveri e i deboli, in modo disumano, sono fuori. I carcerati non cessano di essere uomini e donne, non cessano di essere parte della comunità e dimenticare la loro presenza significa amputare il corpo di Cristo di alcune sue membra, membra inferme, come lo siamo tutti noi: l’unica differenza è che i loro peccati (crimini) sono stati rivelati e così sono stati sanzionati con la pena. «Nei tribunali della terra la conseguenza della confessione della colpa è “il castigo” mentre nel tribunale divino è il perdono» (Josemarìa Escrivà). Oggi più che mai occorre dunque una riflessione seria e approfondita, un confronto sulle condizioni carcerarie, sulla possibile evoluzione di tale istituzione in senso umanizzante e occorre infine un impegno politico efficace nell’elaborazione del diritto e delle leggi in merito. Il nostro Dio ha ricevuto come primo nome quello di Go’el, Liberatore e Redentore, perché egli non ha un nome astratto ma lo riceve in base alle azioni che compie nella storia a favore dell’umanità. Emergono così domande importanti: come una società difende efficacemente i cittadini dalle aggressioni criminose? Come una società punisce il crimine? Qual è lo scopo e il senso delle pene carcerarie? La colpa deve trasformare la pena in responsabilità; la pena non può cancellare la dignità dell’uomo, non deve privarlo dei suoi diritti fondamentali. Dobbiamo accettare che in ognuno di noi c’è un lato debole e delle forze oscure che possono scatenare la loro potenza nel profondo del nostro inconscio. Diamo la parola ai detenuti. Francesco: «“Crocifiggetelo”: è un grido che ho sentito anche su di me: sono stato condannato, alla pena dell’ergastolo, eppure la condanna più feroce rimane quella della mia coscienza: di notte apro gli occhi e cerco disperatamente una luce che illumini la mia storia». Luisa, mamma di un detenuto: «Non ho pensato di abbandonare mio figlio di fronte alla sua condanna, nemmeno per un istante: quando è entrato in prigione, tutta la famiglia è finita in cella con lui. Ad appesantire la sofferenza le dita puntate contro tutti noi. Ancora oggi il giudizio della gente non si placa, è una lama affilata. Prego di continuo per lui perché, giorno dopo giorno, possa diventare un uomo diverso, capace di amare nuovamente se stesso e gli altri». Un volontario: «Tante volte incontro uomini disperati che, nel buio della prigione, cercano un perché al male che sembra loro infinito. Perché a chi è in carcere non può essere offerta la possibilità di diventare persone nuove grazie a uno sguardo che non giudica, ma piuttosto infonde vita e speranza?». Sandro: «Ho passato vent’anni in carcere, sono serviti a ben poco, ero diventato più cattivo, e solo la malattia ha portato in me un radicale cambiamento. Sono stato operato al cuore il 24 dicembre 2014 e il giorno di Natale mi sono risvegliato con un altro animo, con un cuore nuovo e con occhi nuovi. È venuto Gesù a visitarmi, mi ha preso per mano, mi ha dato la possibilità di redimermi e di dare un senso vero alla mia vita. Sono rimasto per altri due anni in carcere, ma da quel 25 dicembre mi sento un uomo nuovo, un uomo libero». C’è una parola per molti lontanissima dalla parola carcere: “speranza”. Assieme ad altre non meno apparentemente lontane, come dignità, compassione, perdono, recupero, ascolto, coraggio, pace, fiducia, futuro, riconciliazione e reinserimento. Deve essere dato a tutti coloro che sbagliano il diritto alla speranza, il diritto di ricominciare. Per questo, papa Francesco afferma con forza che «l’ergastolo non è la soluzione dei problemi, ma un problema da risolvere. Non è la durezza della giustizia a garantire sicurezza, ma la certezza della giustizia. C’è sempre una vita nuova, per tutti. Anche per voi».

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