Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Venite a me!

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Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro (Mt 11,28).
Don Umberto Cocconi

Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso legge (Vangelo secondo Matteo).
«Che dire di colui che offre spontaneamente l’aiuto? Anzi egli l’offre a tutti; sì, proprio a tutti coloro che non possono ricambiarglielo! Soltanto offrirlo? Più ancora, gridarlo: come se il soccorritore stesso avesse bisogno di prestare soccorso, come se proprio lui che può e vuole soccorrere tutti fosse in un certo senso il bisognoso» (Søren Kierkegaard). Solitamente ci tocca cercare colui che può aiutarci e, una volta trovato, forse risulta difficile potergli parlare, e potrebbe non bastare, occorrerà forse pregarlo a lungo. Invece colui che si è prestato, e che si presta ancora, è colui che va in cerca di chi ha bisogno di lui. Ci va di persona, e chiama quasi in tono supplichevole: «Venite a me!». Non attende che qualcuno vada a lui, egli stesso viene, senza essere chiamato, perché è lui che chiama e che porge l’aiuto! “Fermatevi qui con me, sono io che vi ristoro”. L’invito spezza tutte le differenze per raccogliere tutti. “Venite a me anche voi”: qui c’è il riposo, qui c’è la vita! E se tu andrai presso di lui imparerai ad essere mite e umile di cuore. La mitezza non è né codardia, né mera remissività, non è rinuncia alla lotta per debolezza, paura o per rassegnazione. Il filosofo Roberto Mancini, nel parlare di mitezza, considera per essa necessaria «una maturità interiore e una sicurezza che sono il frutto di un cammino educativo estremamente curato e, in definitiva, di una compiuta conversione». Ricordiamo che proprio il termine “mitezza” proviene dal latino mitis che significa tenero, maturo, riferito proprio ai frutti della terra, ma si estende poi alle persone che hanno carattere dolce e umano, disposto alla pazienza e all’indulgenza. Ricordiamo ancora come il termine ebraico indicante la mitezza, significa anche povertà. Infatti, la mitezza include un atteggiamento di povertà spirituale, di totale fiducia e abbandono a Dio, che esclude la collera e la violenza di atti e parole. La mitezza non è buonismo, non è rassegnazione, né remissività di fronte all’ingiustizia o alla violenza, non è il frutto della paura, come neppure cerca il facile consenso. Non è remissività, compiacenza, passività, evasività perché sono atteggiamenti che alimentano l’ingiustizia, complicano i problemi, non trovano soluzioni durature. Carlo Mazzantini definisce la mitezza: «lasciare essere l’altro quello che è». Romano Guardini afferma che Dio è l’umile per eccellenza. «L’umiltà non va dal basso in alto, ma dall’alto in basso. Non significa che il più piccolo riconosca il più grande, ma che questi s’inchini con riverenza davanti al più piccolo. Ma non è poi una svalutazione di sé? No. Nell’atto di assumere la condotta dell’umiltà, il grande si sente egli stesso stranamente sicuro, e sa che quanto più arditamente egli si umilia tanto più sicuro trova se stesso». Gesù, da parte sua, non soltanto si è abbassato al livello dell’uomo, ma si è fatto figlio dell’uomo, nato da donna. Si è talmente chinato su di noi da diventare carne. Il creatore è diventato creatura. Poi si è sottoposto alle regole della carne, ai tempi del crescere e del divenire. Dio si è talmente impastato di umanità da lasciarci liberi nel nostro cuore di rispondergli sì o no. Zygmunt Bauman, ci ammonisce: «se i nostri giorni sono segnati dalla libertà, nelle nostre notti queste libertà diventano un incubo». Capace di inquietare generazioni che si trovano tra le mani ogni libertà, ma nessun orizzonte grande in cui impegnarla. Un Dio umile dice la giusta autonomia dell’umano, esprime una trascendenza che non è concorrenza all’umano. E l’esperienza insegna che se ci sbarazzeremo di questo Dio umile non cammineremo a testa alta sulla strada della nostra indipendenza, ma – come indica con chiarezza Papa Francesco – chineremo presto il capo davanti a nuovi idoli.

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