O MIO CAPITANO!

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Mio capitano, così ti chiamavo nel mio cuore… Eri il nostro capitano di famiglia. Non tutti sanno coltivare l’”albero del pomo d’oro della vita” come tu hai saputo fare. La sensibilità degli artisti va oltre l’immaginario e Erberto Carboni nel suo gesto creativo aveva intuito, aveva compreso in quell’albero il futuro di ciò che sarebbe divenuta una leggenda d’impresa. Sei stato unico nel saper valorizzare i talenti e renderli virtuosi. Con la tua fortezza hai dipinto ogni attimo del tuo cammino. Un eterno innamorato con la gioia di vivere. La sapienza donata trasformava la tua azione in gesti di saggezza. E la visione etica alimentava la convivenza. Tu lo hai dimostrato! Portavi le virtù nel cuore.
Un altro patrimonio dell’umanità che oggi non c’è più…e ogni individuo lo è, nella sua unicità, ma spesso non ne è consapevole o ne è spogliato. Tu, Paolo eri consapevole della tua missione. Una strada che hai illuminato, che hai saputo cogliere in questa società che spesso, invece, deterge da ogni sentimento, da ogni ideale, da ogni residuo umano.
O mio capitano, capace di solcare i mari aperti, cogliere i venti e indicare le rotte, tenevi con stile il timone; hai custodito con responsabilità le tradizioni di famiglia; hai interpretato i tempi, hai saputo inventare con passione una nuova dimensione di impresa, essere credibilità e equilibrio di centri di produzione mondiale, di dialogo col mondo delle multinazionali, di lealtà e correttezza nello spietato, spesso rapace, mondo economico. Hai saputo essere generoso nella fermezza.
O mio capitano, mi ricordo quando giovane accompagnavo mio padre ai vostri incontri. Una stima, un’intesa reciproca, un progetto di vita vi univa, interrotto da un banale, drammatico incidente d’auto. Quando morì avevo 21 anni. Ti avvicinai, eri solo, addolorato, affranto. Io frastornato dalla tragedia. Appoggiai la mia mano sulla tua, ferma sul parapetto del terrazzo di casa: “Stammi vicino!” -ti dissi- e ci mettemmo a guardare dalle colline la città all’orizzonte.
O capitano, hai saputo vivere con dignità, nel tuo dolore, i sapori amari della malattia. La debolezza fisica non ha mai intaccato la tua fortezza d’animo, la speranza nella vita. Lo humour rivelava la tua intelligenza…libera! Hai sempre saputo vivere e lo hai sempre fatto anche negli anni di afflizione delle pene fisiche. Avrei voluto rubarti tutto il tuo dolore… ho potuto darti solo tutta la mia stima, il mio amore solitario, il mio affetto spontaneo in un abbraccio infinito. Ci capivamo nei silenzi.
L’uomo è un frutto dell’albero della vita, il suo seme rinasce in eterno. L’uomo capisce la vita, quando comprende la morte. La morte però si preferisce dimenticarla: la sua consapevolezza in vita ridà la voglia per la “ricerca del tempo perduto”. Per rinascere bisogna morire, ma la vita è un dono unico, non si rinasce, si muore e si risorge solo in Dio. “Dilettanti della vita” li chiamava Mann gli uomini.
Volevi realizzare una Chiesa interconfessionale a Parma: il tuo desiderio è testimonianza di fiducia nell’umanità. Volevi, forse, unire tutti, pur nel valore delle diversità, in quell’”albero del pomo d’oro della vita”, che hai saputo coltivare, e che non vive nei campi di guerre, dei soprusi, degli inganni, della prepotenza, dell’ingiustizia, della discordia, della ipocrisia. L’amore è ciò che rimane quando tutto si è disciolto e l’abbandono sembra opprimere la vita… ma il silenzio riesce laddove la parola è incapace.
Onore a te, o mio capitano!! Riposa tra i giusti.
Tuo cugino

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